mercoledì 30 giugno 2010

L'ultima stagione, parte 4 di 5

Dalla parte di Laura

Il signore e la signora Orlando vivono in questa casa da dieci anni, che poi era il periodo di tempo in cui ci aveva vissuto anche Marco. Per loro però aveva un significato diverso: era il punto di arrivo dove tutto sarebbe finito, prima o poi. Per Marco invece è stato il punto d'inizio, l'utero in cemento armato in cui sognava di tornare, prima o poi.
Non era lontana da casa nostra e decidemmo quindi di andarci a piedi. Attraversammo un piccolo sentiero tracciato tra le ortiche. Dovetti stare attenta a non pungermi. Indossavo degli shorts e delle scarpe aperte. Marco invece, fiero del suo look sempre uguale come l'eroe di un fumetto, aveva dei jeans blu e una maglietta a tinta unita, rossa.
Si guardava attorno come se fosse tutto nuovo, eppure era rimasto tutto com'era tranne che per quella tinta gialla che non gli andava giù. Sembra il vomito di un cinese, diceva, come se i cinesi vomitassero giallo e come se vedesse tutti i giorni cinesi vomitare.
Il signore e la signora Orlando si chiamano rispettivamente Alfredo e Maria Letizia. Lui aveva circa settantacinque anni, sei in meno di lei, ma ne dimostrava dieci di più. Il cancro lo aveva reso pallido e scarnificato sotto gli zigomi. Il volto era un reticolo di rughe che, a detta della signora Orlando, sono nate soltanto in quest'ultimo anno.
– Ho fatto la torta di more – disse dopo aver spalancato la porta. Mi strinse le spalle con le sue mani tozze. Io accennai un mugolio di interesse verso la torta poi dissi:
– Lui è Marco.
– Certo, certo, Marco. So che sei cresciuto qui, vero? L'abbiamo presa dieci anni fa. Il povero Alfredo la vide sulla rivista di una ditta che vende immobili e se ne innamorò immediatamente. E' rimasto tutto com'era tranne il colore. Al povero Alfredo non piaceva il marrone. Ti piace il giallo? E' il mio colore preferito.
– Sì – rispose Marco calmo – mi ricorda un campo di grano.
Non pensavo che sapesse mentire così bene.
– Le piace il limoncello signora? – Marco porse la bottiglia che aveva in mano e finalmente riuscì a sorridere alla donna.
– Certo, certo che mi piace. E poi ci sta bene con i dolci. Cucino molti dolci. Entrate, vi faccio vedere la casa e poi mangiamo una fetta di torta di more e l'accompagniamo con il limoncello.
Una volta tornati a casa Marco mi disse che era rimasto tutto com'era anche dentro. Addirittura gli stessi vecchi quadri che raffiguravano campi di grano e papaveri, gli stessi soprammobili in porcellana raccattati nelle fiere di paese e la stessa carta da parati, così spenta ormai, che sembrava ci fosse stata passata una mano di vernice. La prima porta a destra era la sala da pranzo. Era arredata con una vetrina in noce, grande quanto una parete, e conteneva probabilmente un centinaio di bicchieri di ogni tipo. C'era poi un divano verde, dello stesso colore della tenda che copriva la finestra, e un mobile porta–tv sulla parete opposta. Al centro un tavolino in vetro maniacalmente pulito. Sulle pareti, in ogni parte, la signora Orlando aveva appeso piatti dipinti a mano che Marco guardava piegando la testa una volta a destra l'altra a sinistra.
– Ti piacciono i piatti? – chiese Maria Letizia. Conoscendolo ero sicura che li trovasse kitsch e che pensava che un bambino di cinque anni li avrebbe dipinti meglio. Maria Luisa invece non poteva saperlo.
– Qual è la tua stagione preferita?
– L'ultima – rispose lui.
La signora Orlando si alzò sulle punte e borbottò.
– Certo, certo, l'inverno – Stava per prendere il piatto su cui era ritratto un paesaggio invernale quando Marco le fermò il braccio. Rimasi a fissarlo senza respirare. Pensavo che adesso le dicesse: “no guardi, si risparmi il regalo, fa troppo schifo”.
Invece disse:
– L'ultima stagione per me è l'estate, non l'inverno.
– Certo, l'estate – disse la signora. Lasciò andare il piatto con l'inverno e ne prese un secondo in cui era raffigurato un pesco carico di frutta di fronte a un prato. Il piatto con l'inverno pensai che non era male. A parte il pupazzo di neve troppo grande rispetto alla casa e la fila di pini lungo il viale che non rispettava la prospettiva. Non era male, tutto sommato.
Quando tempo dopo gli chiesi perché considerasse l'estate l'ultima stagione mi rispose che aveva sempre avuto in testa il calendario scolastico: la scuola inizia a settembre, quando l'estate è ormai finita.
Ci spostammo in cucina dove la signora Orlando aveva già sistemato tre tazze per il tè con relativi sottopiatti, tre tovagliolini accanto a ogni tazza e un cucchiaino per girare, perfettamente allineato con le righe dei ricami del tovagliolino. Al centro c'era una biscottiera e un vaso di marmellata fatta in casa. Marco entrando disse: “speriamo che sappia davvero cucinare bene”. Feci un gesto impaziente e gli dissi di smetterla. La signora ci chiese di accomodarci. Prendemmo posto a tavola. Lei nel frattempo accese il gas e mise a bollire l'acqua.
– L'avevi già avvertita che saremmo venuti? – mi chiese sottovoce.
– No, a dire il vero. E' stata una decisione presa lì per lì. Non credo di averle neanche telefonato. Mi ha detto: “venite quando volete, io devo rimanere qui. Ogni due ore devo cambiare la flebo ad Alfredo, quindi non mi posso muovere”.
Rimase in silenzio a pensare, poi con gli occhi indicò la tavola apparecchiata per tre. Io feci spallucce.
– Vi saluta Alfredo – disse la signora Orlando. Era voltata di spalle verso la teiera che cominciava a sbuffare. Rimanemmo a guardarci senza sapere cosa dire.
– Il povero Alfredo era un bravo contadino, sapete? Certo, se ci fosse stato lui vi avrebbe fatto trovare una bella cesta di frutta fresca. Io, non sono capace di coltivare alberi da frutto. Qualche pianta, sì. Ho dei gerani, delle rose, ma non frutta.
Portò la teiera a tavola e versò l'acqua calda con molta attenzione.
– Quella è la marmellata di ciliege dello scorso anno. Le ha colte lui e io ne ho fatto una splendida marmellata – sospirò e poi la sentimmo borbottare: “povero Alfredo”.
– Ne parla come se fosse morto dieci anni fa – disse Marco a un tratto. Lo uccisi con uno sguardo. Il cucchiaino mi scivolò nella tazza del tè e quello schizzò a raggio intorno alla tazza. Marco rispose con uno sguardo indifferente e continuò a bere.
– Certo, capisco cosa vuoi dire. Sapete, non parlo mai con nessuno di queste cose, ma credo che tu debba saperlo.
– Cosa? – chiese Marco. Ebbi la sensazione che quella discussione stava diventando strana. Avevo ragione.
– Sai, Alfredo è ormai morto. Non c'è più. Quello che è sdraiato sul letto è soltanto il suo corpo. La sua anima è già volata via.
Appoggiò la bocca alla tazza. Il tè le bagnò le labbra. Era ancora troppo caldo quindi rimise la tazza a posto.
– Quelli sono biscotti fatti in casa – disse aprendo la biscottiera. Ne prendemmo uno a testa pescando a caso. Erano i biscotti più buoni che avessi mai mangiato.
– Certo, grazie – rispose la signora Orlando quando glielo dissi – Sapete, sapete cosa significa empatia? E' quel sentimento che ti lega a qualcuno. E' quando non puoi fare a meno di sentire cosa pensa lui o lei, non puoi fare a meno di soffrire quando una persona che ti è cara soffre.
Prese una pausa e ci osservò per testare il nostro livello di attenzione.
– E' l'empatia che mi fa sentire Alfredo – disse con calma. Io rimasi con la tazza a mezz'aria.
– Cosa vuole dire? – chiese Marco.
– Sento che mi parla, anche se è praticamente in coma. Lui mi parla.
Rimanemmo in silenzio per un po'. Ci scambiammo un paio di occhiate. Sentivo la testa di Marco frullare come le ali di un passero. Prese a giocherellare con l'indice premendo il cucchiaino nella parte concava. Lo girava di qua e di là, roteandolo.
– E' stato suo marito a dirle che saremmo venuti? – chiese togliendo l'indice dal cucchiaino. La signora allora sorrise e si alzò da tavola. Prese le tre tazze vuote e le sistemò nel lavandino.
– Certo che no – sorrise – Sai, Marco, il povero Alfredo non può comunicare con te. Non può sapere cosa pensi. Non c'è empatia. Capito? Tra anime possono farlo invece. Non puoi comunicare con lui se non c'è un forte legame di affetto... – sorrise di nuovo. Aprì il rubinetto e la vasca del lavandino si riempì di acqua fumante. L'aria divenne ancora più pesante con il calore di quell'acqua.
– ... o un legame di sangue.
Quando mi alzai la signora Orlando aveva terminato di lavare le tazze e le stava asciugando con un panno da cucina su cui erano disegnate delle fragole.
Non so che ora fosse, ma dietro la tenda il sole era andato via già da un po' di tempo.
– Credo che sia ora di andare – dissi, sputando le parole con il soffio di un sospiro di stanchezza.
– Certo, è tardi, dovrete senz'altro preparare la cena. Se volete ho del pollo arrosto con patate, non posso mangiarlo da sola.
– Grazie signora Orlando. Dobbiamo proprio andare, grazie lo stesso.
Marco scattò in piedi meccanicamente e prese la via della porta. Fece un cenno di saluto, era quasi indifferente, forse impaurito. Io strinsi la mano della signora e lei ricambiò con un abbraccio. Pensavo che fosse pazza.

– Così sei decisa a divorziare – sussurrò Riccardo avvicinandosi. La sua pelle calda e abbronzata mi avvolse e mi strinse prendendomi di sorpresa alle spalle. Sentivo i pettorali vibrare sulla mia schiena. Il lenzuolo a cui mi avvinsi sapeva ancora di tabacco e di profumo di marca.
– Non lo vedo da due settimane, è tornato a Roma.
– Sicura che non vuoi tornare da lui? – disse affabile. Più volte mi aveva messo di fronte all’errore che avevo commesso. Mi girai di tre quarti per guardarlo negli occhi mentre mi chiedeva di tornare con mio marito.
– Non ti preoccupare, non dico niente a tua moglie – lo rassicurai, tornando ad affondare la faccia nel cuscino ancora zuppo di lacrime.
– La lascerai, vero?
Mi accarezzò i capelli sistemandoli dietro l'orecchio.
– Certo – rispose – devi avere un po' di pazienza, sistemerò ogni cosa. Voglio però che tu sia sicura di quello che fai.
– Quali cose ci sono da sistemare? Parli con tua moglie e vieni a vivere qui – dissi con voce un po' alterata.
– Non è così facile – rispose lui – non so se ho voglia di venire ad abitare qui.
– Non ti piace la campagna?
– No, è che non credo sia il caso di venire ad abitare qui. Dovremmo aspettare un po' di tempo, che le acque si calmino. La gente di questo paese fiuta i pettegolezzi da lontano. Prenderò un appartamento, una casa popolare, e mi trasferirò lì. Dovrebbero essercene di disponibili fra un po' di tempo.
– Quanto?
– Un... un mese, forse due.
Mi addormentai pensando a quelle parole: un mese, forse due, ripetendole nella mente fino a sfumare in un lungo sonno inquieto.

Il giorno dopo ero seduta a tavola e pensavo a cosa cucinare per il pranzo. Riccardo avrebbe dovuto arrivare per le dodici. Avevo poco meno di un'ora. Dieci minuti dopo presi il cellulare e lo chiamai.
– Ho una riunione – mi disse – farò tardi e non credo che mi libererò facilmente prima delle... dell'una o le due. Mangia pure, io mi faccio un panino al bar. Ci vediamo direttamente stasera.

domenica 27 giugno 2010

Laura, la storia di una bambina con problemi di udito

Capita a volte di dover affrontare un problema che per un educatore, genitore, zio o nonno, sembra difficile da spiegare perché non si conoscono gli strumenti adatti per farlo.
In questo caso possono essere di aiuto i libri educativi per la prima infanzia le cui illustrazioni e la semplicità di fruizione aiutano, se non ad affrontare, almeno a introdurre il problema.
In questo caso parlo di Laura, una bambina che ha problemi di udito: non ci sente bene, e per questo ha molte difficoltà a rapportarsi con gli amici.
Laura infatti deve spesso farsi ripetere le cose prima di capirle e per questo motivo viene presa in giro dai suoi compagni di scuola.
Fortunatamente, almeno in questo caso, il problema è risolvibile: è sufficiente un apparecchio acustico, due piccoli fagiolini introdotti nel condotto uditivo perché Laura possa decidere di sentire bene, se vuole, oppure isolarsi dai fastidiosi rumori esterni e leggere.
I testi sono dell scrittrice olandese Elfi Nijssen e i disegni, notevoli, di Eline Van Lindenhuizen.
Il libro è edito dalla Clavis.
Il sito dell'editore.

Laura
di Elfi Nijssen e Eline Van Lindenhuizen
28pp. Illustrato.
Clavis (Il Castello Group)
12,50 euro

venerdì 25 giugno 2010

Esbat

Quando ho finito di leggere Esbat la prima cosa che ho pensato è stato: prima o poi qualcuno doveva farlo. Doveva portare alla luce del giorno quel sottobosco formato dal fandom hotaku che si riunisce in forum, gruppi facebook, blog e che, oltre a discutere di anime e manga, ha voglia di appropriarsi di quel mondo riscrivendolo a proprio modo.
Il mondo delle fan fiction è molto variegato, giovane soprattutto. Questa ondata di fan-writer e hotaku in età arriva fino alla mia generazione, quella che ha visto la prima messa in onda di Goldrake su Rai 1 in quel meraviglioso pomeriggio del 4 aprile 1978 e ha vissuto l'ondata di  anime che ne è conseguito: robottoni di ogni genere (dai nagaiani Goldrake, Mazinga Z e Jeeg all'immortale Gundam di Tomino), ha visto maghette e streghe (Chappy, Bia, Sally) e molti shojo, soprattutto Lady Oscar che forse è il cartone animato più “riscritto” della rete, fino alle ultime produzioni di culto come Death Note e appunto Inuyasha, l'anime che ha dato vita a una fan fiction che poi è diventata Esbat nel momento in cui è stata scoperta da un'agenzia letteraria.
Lara Manni ha poco più di trent'anni, un blog molto attivo in cui discute di fantasy e letteratura con fan e colleghi scrittori, un canale su Anobii, un profilo Facebook e un fan club per il suo libro. È una donna (non ragazzina finalmente!) attenta alle tecnologie e avvezza al confronto pubblico, tant'è che il prototipo di Esbat (la fan fiction dedicata all'anime di Rumiko Takahashi Inuyasha) è stato discusso, criticato, modificato, e quindi inevitabilmente migliorato. Migliorato a tal punto da attirare l'attenzione di un'importante agenzia letteraria che l'ha proposto e fatto pubblicare nientemeno che per la Feltrinelli.
Ho letto questo libro conoscendo già tutta la sua genesi e questo, quindi, ha inevitabilmente modificato la  percezione che avrei potuto avere dei personaggi e dell'ambientazione. Ciò che resta, dopo la lettura, è la sensazione di aver avuto a che fare con un anime avventuroso, di aver vissuto e letto questa storia come se avessi visto compulsivamente una puntata dietro l'altra.
Quindi Esbat, oltre a essere scritto bene ed essere una buona lettura (anche se l'accostamento a David Foster Wallace è eccessivo e quello al New Italian Epic azzardato), è un fantasy originale, metanarrativo,  particolare, sicuramente poco italiano, (ma neanche tutto il filone che si rifà alla mitologia celtica lo è in fondo a meno che non si parli di med-fantasy e in questo caso ci sono punti di intersezione evidenti), e rappresenta quel mondo del fandom che andava in qualche modo ufficializzato con una vera pubblicazione prima che questo inevitabilmente, in relazione alla future evoluzioni della vita digitale sul web, si trasformi o scompaia.

Esbat
di Lara Manni
Feltrinelli Editore
16,50 euro

Blog dell'autrice:
http://laramanni.wordpress.com/

Recensioni:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/09/003193.html
Esbat e la nuova epica italiana

mercoledì 23 giugno 2010

L'ultima stagione, parte 3 di 5

Convergenza
Quella in cui si svegliò Marco la mattina seguente non era proprio la casa dei suoi sogni, ma era una casa. Se apriva la finestra della camera da letto vedeva la collina dove era cresciuto e in cima a essa l'abitazione che tante volte era stata testimone delle sue bravate. Le mura adesso erano gialle. Quando le vide per la prima volta dopo essersi trasferito, aveva dieci anni allora, disse a sua madre: “Quando i cinesi vomitano la fanno di quel colore”. Le tegole, la cui tonalità di marrone rendeva meno austero il maggese appena arato alle sue spalle, aveva un impersonale aspetto da casa nuova, mai vissuta, asettica come un arredamento componibile dell'Ikea, dove non è facile distinguere il frigo-bar dal cesso.
Era a pochi metri, forse cinquanta, e non era più sua. Non si sarebbe più arrampicato sul tetto del forno, non avrebbe nascosto i giocattoli dentro l'armadio degli attrezzi del padre. Comprarla non era stato possibile. Lui era l'ignavo e la casa era il vessillo inarrivabile.
– Com'è il tuo appartamento? L'EUR è una zona tranquilla, o no? – gli chiese Laura quella sera al pub. Marco strinse le labbra e le bagnò assaporando le ultime gocce di Martini rimaste a ricordo del sapore, come se volessero indurlo a prenderne un altro. Infatti ne ordinò uno doppio con ghiaccio.
– Ha quattro mura, un tetto, qualche inutile parete interna. La cosa che mi piace di più di quell'appartamento è la foto che ho appeso all'ingresso. Avevo sei anni lì, lo sguardo attento alle novità. Vicino a me c'era Alf, il cane che avevo trovato dentro uno scatolone fuori dalla scuola.
Non era riuscito a comprare la sua vecchia casa dai coniugi Orlando (quella in cui era cresciuto lui), ma era soddisfatto lo stesso. Perlomeno poteva vederla ogni mattina: gli bastava aprire la finestra ed era lì ad aspettarlo con quel giallo sempre più sbiadito dal tempo.
Sì vestì e scese al piano terra dove Laura aveva preparato un'abbondante colazione. Sul tavolo trovò una caraffa di latte caldo, una caffettiera per due colma fino al becco, metà per il caffellatte l'altra da bere durante il lavoro, un vassoio con confetture e fette biscottate già spalmate di burro.
Un bigliettino lasciato vicino alla tazza del latte recitava: “Scusa se non te l'ho detto, sono uscita per fare un giro in paese. Voglio cercare un lavoro”.
Rimase sorpreso per il tempo che gli fu necessario per terminare il caffellatte. Accartocciò il foglio con una mano e lo gettò in un angolo del tavolo. Non era vestito, né pettinato. Si aggirava in mutande per casa stropicciandosi gli occhi e tentando di appiattire i capelli.
– Un lavoro – ripeté tra sé – Vado a cercare un lavoro.
Prese una valigia dall'armadio e l'aprì. Ne venne fuori un computer portatile alto due dita dall'aspetto fragile. Lo aprì e lo accese. Dopo qualche bip di attesa si ricordò che per leggere le email di lavoro che si aspettava aveva bisogno di una buona connessione.
In quell’angolo di campagna la tecnologia sembrava qualcosa di lontano e incongruo; avere una connessione ADSL veloce non era l’aspirazione di nessuno da quelle parti.
Cliccò un paio di volte al centro del portatile, strisciò l'indice verso destra, poi verso sinistra. Un colpo breve con il polpastrello.
Imprecò e decise di chiamare la compagnia telefonica.

Dalla parte di Marco
Laura tornò mezz'ora dopo carica di buste della spesa.
– Ti ho fatto un regalo.
Ero seduto sul divano e mi guardavo intorno senza sapere cosa fare. Laura si avvicinò canticchiando il motivo di Nove settimane e mezzo e senza dire altro alzò le spalline del vestito lasciandole scivolare sugli avambracci. Poi ancora più giù e il corpo si scopriva lentamente sotto il mio sguardo; rimasi a fissarla mentre si spogliava, foglia dopo foglia,come una cipolla da sacrificare per il soffritto. Era rimasta con un bustino rosso e nero che sosteneva con orgoglio il seno e un tanga che si perdeva tra le natiche incollate dall'umidità. Finito lo striptease ero ancora lì a guardarmi intorno senza sapere cosa fare. Infine afferrai la cornetta in mano e composi un numero di tre cifre.
– Lascia stare il lavoro per adesso – disse Laura seccata. – Non puoi rimandare?
– Devono ancora attivarmi quella maledetta ADSL! – urlai io brandendo il cordless. Non mi resi conti di aver alzato la voce. Laura arretrò e corrucciò lo sguardo come una bambina indispettita. Non mi aveva mai visto così arrabbiato. Forse non mi aveva mai visto arrabbiato e basta.
– Vado a letto, ci vediamo lì – disse infine.
– Aspettami sveglia – risposi una volta tornato calmo.
La raggiunsi qualche minuto dopo. Laura era a letto e teneva a fatica gli occhi aperti. Vedendomi entrare rantolò qualcosa come “Era ora, vieni qui”. Aveva il lenzuolo tirato giù a scoprirle le cosce e un sedere che col tempo stava levitando come una pagnotta di pane. Quando qualche minuto dopo ci fu l'orgasmo lei non era ancora del tutto sveglia. Sbuffò indispettita, ma alla fine decise di sorridere.
– Non ti preoccupare – disse.
Aprii il cassetto e vi cercai delle liquirizie. Non so perché, ma dopo aver fatto sesso ho sempre la bocca un po' amara. Potrebbe essere un problema di fegato, ma non capisco cosa c'entri col sesso. Mi voltai verso di lei e la vidi alla luce dell' abat-jour. Notai dei nuovi solchi attorno agli occhi; le rughe le attraversavano la fronte come quelle onde sinusoidali che studiavo a scuola. Le mani erano delicatamente chiuse all'altezza del seno, bianche e lisce, dita affusolate come rami di salice.
– Fa niente, magari è la volta buona – disse Laura voltandosi dall'altra parte. Si addormentò pensando ai test di gravidanza che aveva impilato nell'armadietto del bagno.
Laura è una donna che ha trascorso la vita a sognare e crede ancora che esista il principe azzurro, pensai. Masticai la liquirizia rumorosamente come se inconsciamente volessi cancellare quei pensieri con il rumore che produceva. Essere il principe azzurro di qualcuno è una grossa responsabilità e non ero pronto per assumerla. Ero improvvisamente tornato ai miei cinque anni, quando succhiavo il ghiacciolo con tutta la forza che potevo per assaggiare fino in fondo il sapore di limone o coca cola.
Tre giorni dopo il telefono squillò e risposi prontamente. Fumavo la prima sigaretta dopo dieci anni e non ero più abituato ad averne una in bocca. Ciccai dentro la barchetta di carta che avevo costruito in attesa che la voce preregistrata terminasse il messaggio. La cornetta urtò contro la sigaretta e si spense; il mozzicone incandescente cadde sul mio piede nudo. Imprecai strofinando il collo del piede sul polpaccio.
Laura entrò in sala arrabbiata, mani ai fianchi come una matrona di altri tempi.
– Adesso ci mettiamo anche a bestemmiare? – mi urlò contro.
– Scusami, e che i clienti sono un po' arrabbiati – risposi io. – Oggi posso finalmente lavorare : dovrebbero aver attivato l'ADSL a quanto dicono. Proverò più tardi.
Mi concessi una pausa e riempii un bicchiere di Martini bianco dove annegai due cubetti di ghiaccio. Mi stesi sulla poltrona. Laura si era messa ad annaffiare i fiori sul balcone. Era in tuta. Trovavo particolarmente sexy la mia donna in tuta. Finito il Martini bianco decisi di dedicarmi a lei.
– I vicini, potrebbero vederci – disse. Aveva una brocca in mano, semivuota, e i pantaloni della tuta a metà coscia.
– E chi se ne frega – risposi. – Lo vuoi o no un figlio?

La sdraia matrimoniale era una delle sue strambe idee. La piazzammo sul balcone, accanto al tavolo di plastica dove mi fermavo spesso a bere e vedere la mia vecchia casa dipinta con un gialloche mi ricordava il catarro di un vecchio.
Ci sdraiammo per riprendere fiato. Stava durando parecchio stavolta. Laura era una donna piuttosto inibita. Aveva soltanto bisogno di lasciarsi andare. Quando le sussurrai: “di' la verità, speri che ci vedano, vero? “, si sedette sopra di me prendendomi alla sprovvista. Non ebbi il tempo di dire nulla. Gemette rumorosamente e si lasciò andare in un orgasmo liberatorio.
Il caldo ci aveva procurato una patina di appiccicume addosso. Avevamo entrambi bisogno di una doccia ed entrambi aspettavamo che la pistola tornasse carica per farla insieme. Presi un'altra Camel e la accesi. Laura tossì e storse la bocca infastidita non tanto dal fumo, ma dal mio nuovo vizio.
– Hai deciso di morire così?
– Figurati – dissi io. – Mio nonno ha fumato un pacchetto di sigarette fino al giorno della sua morte, a novantadue anni.
– Vallo a dire alla signora Orlando.
– Il fumo non le arriva da qui – risposi io tornando a osservare il giallo–vomito della casa che una volta era mia.
– Suo marito ha il cancro ai polmoni – aggiunse con rassegnazione. – Dice che fumava molto. Ha smesso dopo che i medici glielo hanno diagnosticato.
Rimasi con la sigaretta a mezz'aria e fissavo il fumo che saliva dritto come lo spago di un palloncino.
– Capita – dissi. Spensi la sigaretta con violenza sul posacenere e aggiunsi:
– Quindi è malato gravemente.
– Hai sentito cosa ho detto? Pochi mesi.
– Non hanno figli, vero?
– Non ne hanno.
– Lei sta bene?
– E' provata, sai, suo marito ha pochi mesi...
– No, dico, lei sta bene fisicamente?
– Credo di sì. Che c'entra?
– Nulla – risposi. – Mi chiedevo se dopo la morte di suo marito continuerà a vivere lì.
– Tornerà a vivere a Roma – rispose Laura. – Non ha la patente e non potrebbe neanche andare a fare la spesa.
Lo disse con tono asciutto. Aveva capito dove volevo arrivare.
Mi pentii di aver spento la sigaretta così ne accesi un'altra. La fumai fino in fondo, soddisfatto.
– Credo che dovremmo stringere amicizia con gli Orlando.

I miei clienti intanto chiedevano notizie sull’andamento dei progetti. Dovetti inventare le solite scuse che si dicono sempre in questi casi: nuovi aggiornamenti tecnologici che avrebbero reso il software più sicuro e stabile. Aggiunta di nuove funzioni che aiutano l'interattività. Funzioni di controllo e sicurezza molto importanti. Funzioni ovviamente nascoste a tutti e che poi, in realtà, neanche esistevano.
Quella notte mi svegliai alle tre e le cicale frignavano come lattanti in cerca della mammella.
– Cazzo! – esclamai. Mi ritrovai a sedere sul letto. Mi alzai così in fretta che la testa prese a girare vorticosamente. Due metri in là vidi la bottiglia del Martini vuota e il bicchiere rovesciato. All'interno dovevo aver messo le bucce delle noccioline evidentemente perché dove il bicchiere era rovesciato c'era un cumulo di bucce. Mi ero ubriacato con il Martini, con tutta probabilità. Ce ne vuole per ubriacarsi con il Martini. Eppure la testa girava e sudavo freddo nonostante fosse agosto. Dovetti sdraiarmi di nuovo. Nel frattempo Laura si era svegliata e si era avvicinata a me. Aveva acceso la luce e contava le perle di sudore sulla mia fronte.
– Che è successo?
– Quel sogno, ancora.
– Dovresti rilassarti – sospirò lei. – Datti una tregua.
Tentai di rimettermi seduto. Ancora conati di vomito e sudore freddo. Tornai ad affondare la testa nel cuscino.
– Roba da film cyberpunk. Ero di fronte al computer e lavoravo. Quello a un certo punto si pianta e io stramazzo al suolo. Come se la mia vita dipendesse da lui.
Laura rimase ad ascoltarmi seria. Prendeva sul serio ogni cosa che le dicevo. Se le confessassi di essere stato rapito dagli alieni, mi crederebbe senza esitare.
– Un sogno ricorrente – disse a un certo punto.
– Era differente dagli altri. La volta scorsa si era soltanto disconnesso. Era caduta la linea, non si era piantato. Non appena era comparso l'avviso sul monitor ho perso tutta la volontà di vivere. Allora ho cominciato a piangere e urlare. Ero disperato. Penso che se non mi fossi svegliato mi sarei suicidato, nel sogno dico.
Mi asciugò la fronte accarezzandola con le dita. Asciugò le perle di sudore sulla mia fronte una ad una con un bacio.
– Non ti preoccupare. Sei soltanto stressato.
Mi alzai in piedi. Trattenni il respiro per vedere se ancora mi veniva da vomitare. Mi infilai le ciabatte. Ci ripensai e le sfilai lanciandole addosso al muro. Arrivai fino alla porta e dissi:
– Devo controllare se funziona tutto bene.
Erano le tre di notte e i merli si rincorrevano nel buio. Facevano un baccano della madonna. Mi tennero compagnia fino alle sette quando il turno di notte diede il cambio a quello diurno e i passeri si affollarono tra i rami dei due ciliegi che si affacciavano dalla finestra della sala.
Io ero sempre al mio posto, di fronte allo schermo del mio computer e fissavo la nuvolette che nell'angolo destro indicava la velocità di connessione. 33 kbps.
– Cristo! Neanche nel terzo mondo sono così lenti.

– Sei tornato a dormire o sei rimasto sveglio tutta la notte? – disse Laura entrando.
Passai una mano sulla faccia e mi stropicciai gli occhi. Alzandomi mi stiracchiai sonoramente: scricchiolavo come un ramo carico di neve.
– Secondo te perché dicono che fanno assistenza ventiquattro ore al giorno se poi non è vero?
– Sei stato sveglio tutta la notte – disse Laura sospirando. Aveva una voce fine e infantile: non era ancora del tutto sveglia. Per tutto conto le risposi con uno sguardo incazzato e mi allontanai verso la cucina. Versai un bicchiere di latte e presi un cornetto da una confezione trasparente e sporca della glassa di zucchero dei cornetti stessi. Assaggiai un boccone che rimase impastato nella bocca. Lo mandai giù a fatica insieme a un sorso di latte.
– Fanno schifo – dissi. – Fa tutto schifo, pure il latte. Non è fresco!
– Non posso andare a fare la spesa tutti i giorni – rispose Laura.
– Allora compra qualcos'altro.
– Come vuoi – rispose lei. Forse mi stava solo assecondando. Uscì dalla sala e andò in bagno a farsi una doccia. Sentivo l'acqua tiepida scorrere sulla sua pelle. Mi feci venire in mente l'idea di raggiungerla e scoparla sotto la doccia; poi pensai che ero troppo stanco e anche troppo incazzato.
– Dopo esco – disse dalla doccia. – Se devo prendere qualcosa dimmelo subito.
– Non ti preoccupare – risposi. Nel frattempo cliccavo senza rendermene conto sulla nuvoletta come se potessi cambiare quel numero a suon di click.
– Casomai ti raggiungo dopo in paese. Non posso lavorare neanche oggi.
Lo scroscio dell'acqua terminò. Dieci minuti dopo Laura tornò da me. Sembrava vestita a festa con quell'abito corto a fiorellini. Il push up le evidenziava il seno e il trucco riprendeva il colore magenta dei merletti della gonna.
– Vado a fare un colloquio, non puoi venire – sorrise.
– Pensavo che andassi a cercarti un nuovo marito – dissi io. Il sorriso si arrestò subitaneamente. Stava tentando di rimanere calma.
– Senti, sono nervosa anche io, non ti ci mettere pure tu.
– E' che... l'idea che lavori mi da' fastidio – dissi.
Laura spalancò gli occhi, mi guardava stupefatta, come se mi vedesse per la prima volta dopo tanto tempo.
– Non ti facevo così maschilista.
Era di fronte a me che cercava una valida giustificazione per ciò che avevo appena detto senza rendermene conto. Presi tempo respirando rumorosamente.
– E' che ti voglio tutta per me – dissi alla fine. La fissai e notai ancora una volta che mi piaceva molto: era sensuale. Lei se ne accorse e si avvicinò, mi prese le mani e le pose sui fianchi. Io rimasi a fissare l'ombelico. Era piccolo e arrotolato su sé stesso come una ciliegia secca. Gli diedi un bacio.
– Ti va? – chiese Laura.
– Cosa? – chiesi io di rimando.
– Ti va… be' dai…
– No, scusa, giornataccia, non posso lavorare e sono un po’... un po’ nervoso, ecco.
– Rilassati, è il mio periodo fertile e…
– Cristo Laura, non pensi ad altro! Non vedi che non posso lavorare?
Mi alzai di scatto dalla sedia girevole. A lato del computer c'era una bottiglia di Vodka alla mela ed era già a metà. Finii quello che era rimasto nel bicchiere; lo riempii e lo svuotai di nuovo. Rimasi a fissare il bicchiere vuoto e i due cubetti di ghiaccio al suo interno ancora integri che rotolavano come dadi. Di sottecchi vidi la sua faccia cambiare espressione come se fosse renderizzata da un algoritmo di morphing. Da Laura Biagio a Linda Blair in appena cinque secondi netti. E aveva pure le sue stesse iniziali.
– Mi stai trascurando – borbottò Linda Blair parlando in latino al contrario.
– Sono stanco. Trovati qualcosa da fare!
– Ci ho già pensato, te l'ho detto. Ho un colloquio di lavoro. Riccardo mi aspetta alle nove nel suo ufficio.
– Riccardo? – Urlai e senza rendermene conto spensi tutti i grilli accesi da Alberto Lupo trent’anni prima. Riposi la vodka e afferrai la bottiglia di Martini per versarmene due o tre dita.
– Il sindaco, l’ho conosciuto al funerale di tua madre e gli ho chiesto un lavoro.
– Hai chiesto un lavoro a quel porco che ha costretto una ragazzina di quindici anni ad abortire per continuare la carriera politica? Fai pure e porta i fiori a mia madre “permericcardoècomeunsecondofiglio” se passi al cimitero.
Fece un cenno di disprezzo con la testa e se ne andò senza dire nulla. Al ritorno era sorridente, come se non fosse successo niente. Aveva ottenuto il lavoro ed era contenta. Lei.

lunedì 21 giugno 2010

Finalisti del Carnagie Medal

Per questa notizia ringrazio la mia amica Hadrill del forum del Parnaso Ambulante.

Tra i finalisti del Carnegie Medal, il prestigioso premio letterario dedicato alla letteratura per l'infanzia, troviamo il romanzo Il Figlio del Cimitero (premio Hugo 2009), di Neil Gaiman, e The Nation, romanzo (inedito in Italia) di Terry Prachett.
Uno scontro al vertice tutto made in UK tra due autori che si sono trovati spesso a contendere per un riconoscimento.










Questa la lista dei finalisti:


Il verdetto sarà emesso il 24 giugno.

sabato 19 giugno 2010

Su José Saramago

Riguardo José Saramago devo dire che mi dispiace di non aver ancora terminato tutta la sua opera, ma se avete letto qualcosa capirete che per farlo ci vuole impegno.

Di belle recensioni ne troverete molte su web. Voglio approfittare di questo post dedicato alla memoria del grande scrittore portoghese per ribadire le ultime questioni editoriali avvenute in Italia. Il libro Il quaderno, composto da una serie di articoli tratti dal suo blog, è stato rifiutato dall'Einaudi a causa dei contenuti esplicitamente anti-berlusconiani che esprimeva. Ho trovato in rete qualche brano che riporto qui:

Il sentimento degli italiani per il Cavaliere, continua Saramago nel brano incriminato, «è indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale». E ancora: «Nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?». E via così, compreso il paragone finale - rivela ancora il settimanale (NDR: L'Espresso) - tra Berlusconi e «un capo mafioso». 

Il Gruppo Mondadori ha difeso la propria indipendenza intellettuale (cosa avvenuta anche in occasione delle critiche rivolte da Silvio Berlusconi a Roberto Saviano recentemente passato in Mondadori appunto) affermando che quel diario conteneva accuse troppo esplicite e pesanti. Altri hanno invece gridato alla censura mediatica, l'ennesima.

La Feltrinelli ha deciso di non pubblicare "gli scarti della Einaudi" così questo diario è stato pubblicato da una piccolissima casa editrice: la Bollati Borlinghieri.
Dopo questa vicenda Saramago ha revocato all'Einaudi la possibilità di ristampare i suoi romanzi così adesso tutti i suoi libri sono in catalogo presso la Feltrinelli. Compreso Caino, il suo ultimo, ultimissimo romanzo di cui incollo di seguito la sinossi:

Da IBS:
A vent'anni dal "Vangelo secondo Gesù Cristo", José Saramago torna a occuparsi di religione. Se in passato il premio Nobel portoghese ci aveva dato la sua versione del Nuovo Testamento, ora si cimenta con l'Antico. E sceglie il personaggio più negativo, la personificazione biblica del male, colui che uccide suo fratello: Caino. Capovolgendo la prospettiva tradizionale, Saramago ne fa un essere umano né migliore né peggiore degli altri. Il dio che viene fuori dalla narrazione è un dio malvagio, ingiusto e invidioso, che non sa veramente quello che vuole e soprattutto non ama gli uomini. È un dio che rifiuta, apparentemente solo per capriccio e indifferenza l'offerta di Caino, provocando così l'assassinio di Abele. Il destino di Caino è quello di un picaro che viaggia a cavallo di una mula attraverso lo spazio e il tempo, in una landa desolata agli albori dell'umanità. Ora da protagonista, ora da semplice spettatore, questo avventuriero un po' mascalzone attraversa tutti gli episodi più significativi della narrazione biblica: la cacciata dall'Eden, le avventure con l'insaziabile Lilith, il sacrificio di Isacco, la costruzione della Torre di Babele, la distruzione di Sodoma, l'episodio del vitello d'oro, le prove inflitte a Giobbe, e infine la vicenda dell'arca di Noè. Riscrittura ironica e personale della Bibbia, invenzione letteraria di uno scrittore nel pieno della maturità, compone un'allegoria che mette in scena l'assurdo di un dio che appare più crudele del peggiore degli uomini.

Caino
Di José Saramago
Feltrinelli editore
15 euro

venerdì 18 giugno 2010

Una segnalazione in più non guasta mai

Il precedente articolo è stato selezionato da Paperblog come post del giorno. Un po' di pubblicità non guasta mai. E neanche un po' di autocompiacimento. Ogni tanto però.
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