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lunedì 8 ottobre 2012

Il mistero del London Eye

Questa recensione doveva andare online durante le olimpiadi, ma non ce l'ho fatta. La propongo lo stesso perché Il mistero del London Eye, vincitore del premio Andersen 2012, è un buon libro di avventura e mistero, dove la "diversità" del protagonista, affetto dalla sindrome di Asperger, non è trattata in maniera pedante e invasiva, non è il fulcro della storia, ma fa parte di una normalità di fondo che una metropoli come Londra accetta e ingloba. Londra è troppo caotica e veloce per accorgersi di chi, come Ted, "ha un cervello in cui gira un sistema operativo diverso da quello degli altri". Troppo presa in se stessa per preoccuparsi dei singoli londinesi. Così la scomparsa di Salim, salito sul famoso London Eye per poi sparire nel nulla, è motivo di approfondimento della psicologia di Ted e di Salim stesso; costringe la famiglia e gli amici a rallentare, anzi, fermarsi per un attimo per capire come mai Salim è scomparso. Spinge a chiedersi cosa può dare Ted con la sua "particolarità" alla famiglia e alla società stessa. A trovare un ruolo anche per lui.
Non lo definirei quindi un libro che parla di diversità o di disabilità. E' un libro che ci fa capire come sia facile perdere di vista i propri figli nella selva metropolitana. E' un romanzo che ci chiede di rallentare e ascoltare con maggior attenzione i nostri ragazzi.

Il mistero del London Eye
di Siobhan Dowd
Ed. Uovonero

Link alla pagina ufficiale

lunedì 26 marzo 2012

Alice senza niente

Ci sono dei libri che sono talmente veri da pentirti di averli letti. Romanzi che ti danno la nausea, che alimentano con quel senso di impotenza che stavi a fatica nascondendo perché ne hai paura.
Così è Alice senza niente di Pietro De Viola edito da Terre di Mezzo.
E' difficile parlarne proprio perché dopo averlo letto vorresti dimenticarlo e pensare che no, non è tutto vero, che i giovani in fondo hanno qualche speranza, un piccolo futuro da coltivare e far crescere. Pietro De Viola non lascia nulla di compiuto, il suo pensiero è reale quanto pessimista. La sua visione delle cose è atrocemente scaraventata contro la realtà di un lavoro che non arriva mai, di spese sempre incombenti, con la voglia di essere definito almeno "precario", perché anche quello, in fondo, sta diventando uno status privilegiato.
E' forse il miglior libro che ho letto sull'argomento. Ha parecchi spunti di riflessione, andrebbe analizzato quasi paragrafo per paragrafo. Anche la dissertazione metaletteraria finale meriterebbe un capitolo a parte di una lunga recensione. Così come il fatto che il libro è in qualche modo "incompleto", senza un vero finale. Credo che possa essere un modo per dire che le cose non stanno cambiando, e se dovessero farlo, non sarebbe sicuramente in meglio.
E' un romanzo che meriterebbe una collocazione editoriale migliore, un po' di attenzione dei media e, perché no, delle scuole, come avvertimento.
Un libro da far leggere alla Fornero per farle capire che le lacrime non sono tutte uguali, le lacrime sono classiste.

http://www.alicesenzaniente.altervista.org/

martedì 22 novembre 2011

Potterologia

Potterologia è una raccolta di saggi dedicati al mondo di Harry Potter, e grazie tante. Dieci assaggi di un universo complesso e particolareggiato, sviscerato in ogni parte: dai problemi di traduzione, alle varie tipologie di famiglie presenti nella saga; dallo studio delle strutture archetipiche fino alle allegorie alchemiche.
Tra i nomi ricordo quello di Marina Lenti, autrice del miglior saggio dedicato a Harry Potter in Italia: L'incantesimo Harry Potter (Delos Books), nonché curatrice italiana del Lexicon, e Ilaria Katerinov che per la stessa casa editrice di questa raccolta scrisse un saggio sulla traduzione di Harry Potter: Lucchetti babbani e medaglioni magici. Saggi che ovviamente non posso mancare a un vero fan della Row.
La raccolta è ben curata e scritta con dovizia di particolari. C'è da dire, cosa forse più importante, che il ricavato andrà in beneficenza alla Fondazione Theodora Onlus dedita all'intrattenimento dei bambini negli ospedali.
Oltre a questa nobile causa consiglio il libro perché ben edito e confezionato, un modo per non sentire troppa nostalgia di Harry Potter e il suo mondo, un mondo complesso che non merita di essere minimizzato a causa degli errori logici in alcune sue parti (eh, a nessuno di noi è scesa giù la questione delle Giratempo!). In attesa ovviamente che J.K. Rowling torni a scrivere, qualsiasi cosa!

Potterologia
AAVV
Camelozampa ed.

sabato 5 novembre 2011

Kafka e la bambola viaggiatrice

Partiamo dalla fine, il giudizio che dovrebbe riassumere il senso del post. Ti è piaciuto il libro? Ni. Perché? Perché a mio parere l'autore, Jordi Sierra i Fabra indulge troppo in costrutti poetici che a mio parere non erano necessari. La storia della bambola di Kafka è nota ed è stata altresì raccontata da Paul Auster in Follie di Brooklyn di cui vi parlerò forse in un secondo tempo, o nell'intervallo.
E' una storia che è poetica di per sé e che quindi non necessita di un linguaggio dello stesso tipo. E' come mettere lo zucchero su una caramella; è ridondante anche se sofisticato e ricercato nei termini. Con questo non voglio dire che sia scritto male, non voglio neanche dire che non sia un libro adatto per bambini. Lo è senz'altro, quindi se ne avete uno a portata di mano fateglielo leggere.
Il libro è scorrevole come non mai e un adulto, che apprezzerà la storia allo stesso modo, lo potrà leggere in breve tempo.
Rimane suggestivo il fatto che queste lettere, ahimè, siano andate perse. Secondo la testimonianza della compagna di Kafka, Dora Dymand, l'autore praghese si è gettato anima e corpo nella loro stesura. Un piccolo grande capolavoro perso e che non conosceremo mai, come chissà quanti altri nel corso dei secoli. Un'intera biblioteca di Alessandria bruciata per negligenza o paura. Sappiamo che Kafka voleva che i suoi romanzi fossero distrutti dopo la sua morte, per fortuna non è stato così e se possiamo leggere Il castello o Il processo è proprio grazie a chi non ha voluto rispettare questa sua scelta.
La storia di questo libro è successa veramente ed è molto bella. Kafka si trova nel parco di Steglitz a Berlino. E' malato e non gli rimane molto da vivere.Vede una bambina piangere e le chiede cosa è successo. La bambina ha perso Brigida, la sua amata bambola. Intenerito dalle lacrime, Franz decide di assumere il ruolo di "postino della bambole". Infatti dice alla bambina che presto avrà notizie dalla sua bambola. Brigida sta bene, ma ha deciso di viaggiare per conoscere un po' di mondo. Kafka allora, ogni giorno, scriverà una lettera: da Parigi, Vienna, Londra, premurandosi di non trascurare i particolari come dei francobolli comprati apposta per far sembrare le lettere vere. Allo stesso tempo la bambina, nella sua ingenuità, non si chiede come fa la bambola a viaggiare così velocemente. Il resto lo scoprirete leggendo il libro.

Jordi Sierra i Fabra
Kafka e la bambola viaggiatrice
Salani Editore

lunedì 5 settembre 2011

Piantatela!

Torno a parlare di letteratura per l'infanzia anche se lo faccio in maniera poco approfondita: si sa, d'estate le facoltà mentali calano (così ho letto in un recente articolo), e da come stanno andando le cose riguardo la manovra finanziaria potrei dire che non è una teoria tanto azzardata come sembra.
Ma veniamo alla segnalazione di questo romanzo. Piantatela! Chi l'ha detto che i bullismo esiste solo tra maschi? è un bel libro della scrittrice inglese Jacqueline Wilson. Il tema è chiaro: il bullismo, non tra ometti come è chiaro dal sottotitolo, ma tra ragazzine. La protagonista che si chiama Maddy White (e il tema del colore attraverserà tutti i capitoli) viene maltrattata e sbeffeggiata dalle sue amiche (si fa per dire). Se si è una contro tutte non è facile reagire e capire cosa fare, soprattutto perché i genitori di Maddy sono troppo apprensivi e "anziani": hanno faticato a concepirla e non sono in grado di fornirle la fiducia necessaria per poter affrontare situazioni simili. Infatti saranno nuove amicizie ad aiutare la giovane Maddy.
E' un romanzo che consiglio di leggere (ai ragazzi e ai genitori) perché l'adolescenza, benché  possa essere un periodo particolare e pieno di scoperte, alcune volte anche poetico, nella maggior parte dei casi è un covo di crudeltà e efferatezze che farebbero impallidire un qualunque presidente di un circolo neonazista.

"Dio... Essere ragazzi: che crudeltà... "
(Tiziano Sclavi dall'albo n.74 di Dylan Dog: "Il lungo addio")
Piantatela! Chi l'ha detto che il bullismo esiste solo tra maschi?
di Jacqueline Wilson
Ed. Salani

martedì 16 agosto 2011

La rivincita. Gathering Blue

La rivincita. Gathering blue è il secondo libro della serie distopica di Lois Lowry iniziata con The giver. Il donatore.
Non ripeto tutti i ragionamenti che ho già  fatto per il primo libro e che valgono per ogni opera distopica. Voglio invece rapportarlo con il primo volume.
Innanzitutto questo libro ha una storia e dei personaggi differenti: mentre nel primo il protagonista è Jonas, nel secondo è una bambina di nome Kira. Kira ha un handicap che non le permette di camminare bene, zoppica, però ha il dono del ricamo: grazie agli insegnamenti di sua madre e una particolare empatia con il tessuto, Kira dimostrerà un enorme talento e verrà segnalata al Consiglio dei Guardiani che le permetteranno di vivere una vita tranquilla e di coltivare questa facoltà che (possibile spoiler) a volte sembra avere un origine soprannaturale. Soprattutto le permettono di vivere perché in questo villaggio gli handicap non sono tollerati.
La storia ruota intorno a pochi personaggi e forse a causa di questo può sembrare vuota in alcuni punti e sicuramente meno avvincente del primo volume. Lo stile è decisamente peggiore, forse troppo semplificato. Non so se dipenda dalla traduzione o dalla scrittrice ma è chiaro, per me, che c'è stata un involuzione che non rende merito alle tematiche affrontate.
Come ogni realtà distopica l'apparente patina di normalità nasconde delle verità cruente che mi sembra anche inutile elencare o descrivere. In questo villaggio avere un filo blu per poter cucire la tonaca del cantore è quasi un sogno, un traguardo da raggiungere, il simbolo di una libertà che nessuno sa di aver perduto.

Spoiler alert!
Come il protagonista di The Giver anche in questo romanzo c'è un "risveglio". Kira prende coscienza delle leggi "nascoste" che regolano questo villaggio. Capisce che non esistono animali selvaggi nel bosco, che suo padre non è morto per quel motivo, che sua madre è stata sacrificata a causa del suo talento. A differenza di Jonas non fuggirà e deciderà di combattere il sistema dal suo interno, nel ventre della balena.
Le storie di The giver e Gathering blue, probabilmente si uniranno nel terzo volume che ha come titolo originale Messenger e che uscirà per la Giunti Y questo autunno.

sabato 25 giugno 2011

Amore e ginnastica

Amore e ginnastica è un romanzo che Edmondo De Amicis scrisse nel 1892, sei anni dopo aver dato alle stampe quello che è definito da molti il suo capolavoro ed è sicuramente la sua opera più conosciuta: Cuore.
Eppure è un romanzo talmente diverso da Cuore che ti viene anche il dubbio: ma è proprio De Amicis? Lo stesso scrittore giustamente sbeffeggiato da Eco nel Diario Minimo, profondamente ancorato ai valori risorgimentali della patria, Dio e la famiglia? Lo scrittore che ha dato vita a un grande personaggio come Franti e poi l'ha lasciato morire di inedia? Uno scrittore assolutamente incapace, stando almeno alla lettura di Cuore, di un qualunque slancio ironico?
Proprio lui. Con la differenza che De Amicis in questo lungo racconto si prende meno sul serio e tira fuori tutta la sua carica ironica con continue allusioni alla sessualità repressa del protagonista, un ex seminarista che si atteggia più da prete che da impiegato laico, infatti viene chiamato molta malignità Don Celzani, e innumerevoli riferimenti alla carica erotica della bella maestrina di ginnastica, la signorina Pedani.
Tutto il racconto verte sulla contrapposizione di questi due personaggi: il mancato prete, timido, represso, un "uomo qualunque" che si innamora della  affascinante e dinamica Maria Pedani, esuberante nel fisico (a differenza di Don Celzani) e nei modi; una donna intellettualmente pronta a cavalcare, promuovendo la cultura dell'esercizio fisico, i cambiamenti che stavano avvenendo in Italia e in Europa. Una donna moderna quindi, forte e libera, ma non per questo non una donna che si concede facilmente ma che assicura: "Chi mi sposerà ne farà molta di ginnastica!".
E' un amore che in qualche modo rappresenta due aspetti dell'Italia di quegli anni: da una parte ancorata ai vecchi valori, dall'altra profondamente dinamica e in continua evoluzione. La ginnastica e il dinamismo rappresentano i cambiamenti in atto nella Torino in cui è ambientato il racconto, un preludio all'esaltazione del gesto e del movimento, oserei dire.
Scoprirete come finirà leggendolo o almeno ascoltandolo nella bella e ironica interpretazione di Leopoldo Mastelloni per Radio 3. Di questa produzione radiofonica (completa) è assolutamente consigliabile l'introduzione e la postfazione.

Radio Rai. Il terzo anello

Il libro è inoltre scaricabile gratuitamente da Liber Liber:
http://www.liberliber.it/biblioteca/d/de_amicis/index.htm

Per chi invece vuole un'edizione cartacea consiglio quella di Einaudi (9,50 euro).

mercoledì 1 giugno 2011

The giver: il mondo distopico di Jonas

Finito il libro mi sono chiesto da dove partire per un eventuale articolo per questo blog. The giver, il donatore, di Lois Lowry, è un romanzo ricco di complessità, la prima delle quali presuppone la conoscenza del concetto di distopia che, almeno nei romanzi per ragazzi, non è usuale. Anzi è rara, come la stessa Beatrice Masini, autrice del romanzo distopico Bambini nel bosco ha voluto sottolineare in un articolo per il Sole 24 Ore.
Partiamo quindi dalla definizione di questa parola. La distopia è un termine che nasce come opposto a utopia, il mondo perfetto ipotizzato da Thomas More nell'omonimo libro. Il mondo distopico è tutt'altro che piacevole: è invivibile, fortemente regolamentato e repressivo; un mondo in cui l'individualità viene meno a favore di una collettività sottomessa da un dittatore che, se non  presente come personaggio, lo è per l'evidente imposizione delle sue idee. Se l'utopia è il mondo perfetto e agognato, la distopia è tutto ciò che non vorremmo vivere. È il mondo che ha avuto concretezza storica nei regimi fascisti e comunisti del ventesimo secolo i quali, infatti, hanno alimentato la fantasia di numerosi scrittori, non solo di fantascienza. E non a caso il Grande Fratello  viene spesso raffigurato somigliante ad Adolf Hitler anche se George Orwell, nel 1948,  pensava più al neonato blocco comunista di Joseph Stalin.
La prima lezione che Lois Lowry vuole darci quindi riguarda proprio questa definizione: il mondo di Jonas è fortemente utopico nella perfetta imposizione delle sue regole: non c'è sorpresa, né stupore. Non c'è malattia, guerra o dolore. Il mondo di Jonas, questo è il  titolo con cui questo romanzo fu proposto dalla Mondadori nel 1995, è apparentemente perfetto.
Eppure l'utopia e la distopia sono molto simili perché la creazione di un mondo perfetto implica inevitabilmente la rinuncia di qualcosa di importante. L'Eden è forse stata la prima rappresentazione letteraria di utopia e per essere perfetto, per poterci vivere, l'uomo ha dovuto rinunciare alla conoscenza; nel momento in cui Eva assaggia il frutto dell'albero della conoscenza, offrendolo anche ad Adamo, si ritroverà improvvisamente nuda, imperfetta. Proverà per la prima volta una vergogna che non ha nulla di divino e la proietterà definitivamente nella sfera delle emozioni umane. Eppure è da quel gesto simbolico che viene generata la civiltà, con le sue imperfezioni, le sue ingiustizie e le sue gratificazioni.
La conoscenza per Platone nasce dal ricordo ed è per questo motivo, quindi, che la purificazione (in senso negativo, sia chiaro) del mondo di Jonas, un mondo che tra l'altro non ha neanche un vero nome, parte dalla dimenticanza: nessun cittadino sa di aver dimenticato qualcosa del proprio passato e non conosce l'esistenza di un mondo-altro: non si pone neanche il problema delle sua esistenza. Non sa di non sapere, parafrasando Socrate.
Jonas, almeno fin quando non viene a contatto con il donatore che lo apre all'esperienza delle idee, non pensa che possa esistere un posto in cui le regole non sono così ferree come sembrano, in cui dei gemelli omozigoti possono convivere e basta, in cui le pulsioni sessuali non sono annichilite chimicamente tramite medicinali e in cui i nuclei familiari non hanno la struttura predefinita “padre, madre, figlio e figlia”. La repressione dei ricordi e quindi della conoscenza, nasce da una mancanza di esperienze al di fuori della “caverna” di Jonas o, in senso più ampio da una  mancanza di storicità: non esiste nessuna variazione alla quotidianità quindi non esiste nessun tipo di evoluzione o ricorso storico a cui fare riferimento.

Tutto questo, quindi, è il fondamento che regola la società falsamente utopica di Jonas. Società che si può invece definire invece fortemente distopica anche se, come fa notare Tommaso Pincio nell'introduzione al romanzo, non c'è un dittatore, un Grande Fratello che impone regole di convivenza, ma queste sono auto-imposte dalla stessa comunità.
I sentimenti e gli istinti sono repressi. Ogni mattina il nucleo familiare si riunisce e ogni membro racconta i propri sogni violando quel poco di intimità offerta dall'inconscio. I cittadini di questo mondo non hanno una chiara definizione di cosa sia l'inconscio, intuiscono però che nei sogni sono nascosti i turbamenti personali, i semi di una trasgressione che, ovviamente, va repressa sul nascere. Così, quando in un sogno Jonas prova la prima pulsione sessuale, i suoi genitori gli impongono la somministrazione di una pillola che ne reprime lo sviluppo: perché in questa società non deve esistere nessuna forma di sessualità, soprattutto se finalizzata al solo piacere. Infatti soltanto alcune donne sono autorizzate a procreare (soltanto tre figli però), e il loro non è neanche un lavoro  socialmente apprezzato.
Da bambini ci si occupa di esaltare l'uniformità di pensiero e comportamento. Tutti i bambini sono classificati in base all'età: i “Nove” hanno nove anni, i “Dieci” ne hanno dieci, e così via. Tutto questo fino ai dodici, proprio alla soglia della pubertà. La cerimonia dei dodici anni è uno strano rito di iniziazione che per la prima volta distingue i bambini.

"È tempo" disse [Il Sommo Anziano] fissandoli uno a uno negli occhi "di riconoscere le differenze. Voi Undici avete finora imparato ad adeguarvi, a uniformare il vostro comportamento, a frenare ogni impulso che potesse differenziarvi dal gruppo. Ma oggi noi rendiamo onore alle vostre diversità, poiché esse hanno determinato il vostro futuro".
(attenzione, rischio spoiler)
La differenza sostanziale è che dopo i dodici anni non esiste più il concetto di età: si è adulti e basta. Nella cerimonia di iniziazione ad ogni Undici (undicenne) viene assegnato un lavoro in base alle proprie capacità. In linea di massima è un lavoro adatto alla persona, almeno apparentemente, e questa è la prima vera cosa che differenzierà gli individui e che mai potrà essere modificata: non è previsto un cambio di professione, si deve accettare lo status imposto. L'individuo può operare una sola scelta: il congedo. Altra questione che andrebbe sviscerata, soprattutto dal punto di vista psicoanalitico, è proprio questo. Il congedo in realtà è la morte. Le persone non muoiono, si congedano. Non esiste una vera e propria elaborazione del lutto. Andare Altrove è un normale avanzamento dell'esistenza umana, sia che riguardi  un vecchio in fin di vita, sia che riguardi un bambino nato con qualche problema (problemi dal nostro punto di vista assolutamente risolvibili, se non addirittura inesistenti. Ad esempio se nascono due gemelli omozigoti uno dei due deve essere “congedato” perché in quella società è inconcepibile che ci siano due persone con lo stesso corredo genetico).

A Jonas verrà assegnato un lavoro particolare: egli è il prescelto e ha il compito di sostituire il vecchio Accoglitore di Memorie. Il suo è un lavoro atipico, anzi unico, e quindi molto importante: l'Accoglitore di Memorie racchiude in sé tutte le memorie delle civiltà passate: il ricordo di ogni percezione sensoriale, il freddo e il caldo (in quella terra non esistono queste sensazioni), il dolore fisico (il quale, quando capita, viene immediatamente bloccato tramite appositi medicinali); la memoria della  felicità familiare, di una famiglia che canta vicino a un albero di natale addobbato, la sensazione della neve sulla pelle. Addirittura i colori sono stati cancellati. Ciò che vedono non sono altro che le ombre proiettate all'interno della caverna (torno non a caso a parlare di Platone).
Tutto questo viene negato perché, appunto, avviene al di fuori dell'uniformità a cui questa società si è dedicata. Per evitare il dolore, i suoi cittadini hanno rinunciato alla gioia e a ogni tipo di istinto. È questo quello che intendevo dire prima: per evitare la sofferenza si è scelto di vivere in uno stato di atarassia, di apatia emozionale.
Quando Jonas riceve per la prima volta queste emozioni/sensazioni/ricordi dall'anziano Accoglitore di Memorie, si rende conto che c'è molto di più di quello che conosceva: un intero mondo colorato fatto di gioie sconosciute ma anche di dolore. Il ragazzo si accorge che suo padre, un puericultore, proprio quella mattina ha dovuto “congedare” un neonato reo di essere un gemello omozigote.
Jonas capisce quindi che questa regola è stupida e che suo padre quindi ha ucciso un neonato senza  motivo.
Non è un caso che questo “risveglio” avvenga alle soglie della pubertà. Jonas poco prima della cerimonia di iniziazione ha le sue prime pulsioni sessuali: innocui e maldestri sogni nei confronti di una coetanea. Dopo aver confessato questi sogni alla famiglia, un obbligo da mantenere così come è obbligato a dire sempre la verità ed esprimersi con i termini corretti, è stato costretto ad assumere delle pillole inibenti.
La pubertà quindi coincide con il risveglio di Jonas, con la fuga dalla “caverna” in cui era inconsapevolmente incatenato e la conseguente messa in discussione dei propri genitori e del conformismo-uniformità in cui era vissuto. In realtà poi non si sa come questa fuga finirà, non si sa se avrà un lieto fine, ma non è importante, ciò che conta è la volontà di averla attuata: il solo averla pensata è  il primo mattone tolto dal muro della distopia.

venerdì 20 maggio 2011

In breve: La freccia nera

Fotogramma dello sceneggiato
del 1968
E' un romanzo storico scritto da Robert Luis Stevenson pubblicato in volume nel 1888. E' ambientato in Inghilterra durante la guerra delle due rose: una guerra dinastica che vide contrapposte la famiglia di York e quella dei Lancaster.
Se venisse pubblicato adesso tutti gli darebbero contro per lo stile: troppo raccontato e poco mostrato, poco originale (sembra Robin Hood a volte), i personaggi sono incoerenti e la trama è piena di deus ex machina.
Però è divertente e veloce da leggere. Un pessimo recensore direbbe: si lascia leggere. Non mi piace il passivo, così non mi è piaciuto neanche come il John dei primi capitoli, fiero e coraggioso, dopo essersi rivelato una donna  diventa Johanna e da quel momento in poi non fa altro che svenire. Narrativa d'altri tempi, di quella con il dorso della mano sulla fronte.
Insomma, niente a che fare con L'isola del tesoro scritto lo stesso anno (è uscito a puntate nel 1883) e che per me è il capolavoro d'avventura. IL. L'articolo determinativo non è affatto messo a caso.
Di questo romanzo, nel 1968, è stato tratto uno sceneggiato in sette puntate con protagonista una giovanissima Loretta Goggi. Non ero nato allora, infatti non l'ho mai visto, però dato che è interamente disponibile in streaming sul sito della RAI lo farò presto. Dato che questo di Stevenson è un romanzo pieno di potenzialità inespresse, forse causate dalla pubblicazione a puntate, penso che una rilettura televisiva e moderna della trama ma soprattutto della giovane e coraggiosa John-Johanna possa averne limato i difetti. Ignorerò, invece, la versione che è stata fatta nel 2006 con protagonista Riccardo Scamarcio e Martina Stella e andata in onda su Canale 5. Lo farò non perché li ritenga pessimi attori, tutt'altro, ma perché la casa di produzione ha avuto la pessima idea di ambientarlo nel (leggo da wikipedia) Tirolo del quindicesimo secolo conteso tra papato e Sacro Romano Impero. C'era veramente bisogno di questo adattamento? Dobbiamo aspettarci anche un Sandokan sardo che urla "Aiooo trigrotti della Barbagiaaaaa!"?
Mi piacerebbe sapere perché hanno ritenuto l'Inghilterra basso medievale così poco televisiva, soprattutto dopo aver visto film di Robin Hood in tutte le salse. Una volta visto lo sceneggiato credo che ascolterò l'audiolibro tratto dal romanzo edito da Il narratore. A recitare è il bravissimo Luigi Maragoni.
Un anteprima dell'audiolibro la potete ascoltare qui:
http://www.ilnarratore.com/samples%20download/Stevenson-La_Freccia_nera_sample.mp3

martedì 3 maggio 2011

Sussi e Biribissi

Sussi e Biribissi con
Copertina di Carlo Chiostri
Sussi e Biribissi è forse l'opera più conosciuta di Paolo Lorenzini che con lo pseudonimo di Collodi Nipote, forte quindi di una discendenza importante, si occupò per molti anni di letteratura per l'infanzia.
I protagonisti sono due ragazzi molto diversi tra loro, il primo, Sussi, grassottello e biondiccio, il secondo moro e allampanato. Un giorno decidono, freschi della lettura di Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, di intraprendere un incursione all'interno delle fogne di Firenze. Si ritrovano quindi immersi in liquidi puzzolenti, a passare in cunicolo strettissimi, tra difficoltà e ingenue speranze, come quella di avere una croce di merito, fino ad arrivare in una ricca cantina piena di formaggi, salumi e vini di cui ovviamente approfittano. Ad accompagnarli c'è un gatto particolare, Buricchio, saggio e soprattutto loquace: infatti è l'unico gatto in grado di parlare. Ma il mondo fantastico non finisce qua: nelle fogne infatti incontrano anche delle talpe intelligenti tra cui Sforacchiona che alla fine diventerà amica dei due esploratori. Il viaggio ovviamente finirà male e i due amici non riusciranno a raggiungere il centro della Terra. Anzi, al loro ritorno in superficie vengono presi per matti e le difficoltà continuano.

Ammetto di aver comprato questo libro poco convinto (i soliti tre euro per l'edizione dei Fratelli Melita Editore) e non ero sicuro di volerlo realmente leggere. Collodi Nipote si presenta male se visto con gli occhi di un precario di oggi: è uno scrittore che ha sfruttato il cognome d'arte di suo zio per scrivere, scrivere per bambini tra l'altro. Mi sono ricreduto però dopo poche pagine e sono giunto alla conclusione che questo romanzo è sicuramente da riscoprire e inserire nelle collane dei classici per ragazzi.
La storia è quella di un viaggio, ingenuo, grottesco e metaletterario: i due ragazzotti fiorentini leggono Verne e vogliono emulare le gesta dei protagonisti di Viaggio al centro della Terra. Ne risulta una narrazione divertente, quasi picaresca, ricca di umorismo fiorentino, vernacolare, che ricorda le commedie alla fiorentina di registi come Mario Monicelli (Amici miei o L'armata Brancaleone), oppure di Francesco Nuti e Leonardo Pieraccioni. C'è tutto lo spirito goliardico di una città che sa usare la lingua e la rivolta all'esagerazione e all'iperbole comica tanto che Lugli, nel suo trattato di storia della letteratura per l'infanzia, definisce il libro come "...non scevro di volgarità" (1): i due protagonisti, tanto per dirne una, durante le loro avventure si scambiano numerosi baci  e in un'occasione si guardano anche in maniera strana.
Collodi Nipote quindi (ma da adesso in poi preferisco chiamarlo Paolo Lorenzini dato che una sua via letteraria l'ha sicuramente trovata nonostante il nome e una certa predisposizione ad emulare il realismo fantastico di suo zio), ha scritto un romanzo inconsapevolmente moderno, almeno per il linguaggio, nonostante il conservatorismo di fondo dei contenuti: ovvero l'idea di scrivere una storia sulla falsariga di Don Chisciotte (2) ambientandola in un'Italia preindustriale, contesto che in questo caso è sinonimo di ritrosia verso la modernità e il progresso. Infatti Lorenzini se la prende proprio con il povero Verne che è quanto di più moderno e positivista potesse esserci in quel periodo (il libro di Lorenzini è uscito nel 1902): a leggere certi libri è pericoloso, ammonisce il gatto Buricchio, la coscienza del libro e dell'autore, il grillo parlante di quest'opera che come il suo sfortunato predecessore collodiano morirà stavolta non per mano del protagonista, ma per le conseguenze del viaggio. Per essere sicuro che il messaggio arrivi Lorenzini lo ribadisce facendo ingurgitare il libro di Jules Verne a una piccola talpa in carriera, intelligente e sveglia, destinata a diventare un bravo avvocato. La talpa muore di indigestione:

"Maledetto libro!" borbottava [Biribissi] di tanto in tanto. "Perfino nei topi doveva far delle vittime!". (3)

La stessa sorte, per fortuna, non è capitata a Sussi e Biribissi: infatti alla fine si sono resi entrambi conto del pericolo rappresentato da Verne e mettono la testa a posto: il primo diventa impiegato comunale, il secondo invece un addetto ai lavori di fognatura. Chi più di lui conosceva le fogne di Firenze? Insomma, i due amici hanno imparato la lezione e hanno avuto il loro premio.

Strano a dirsi, quindi, questo conservatorismo di contenuti in un periodo di passaggio in cui la letteratura pedagogica e lacrimevole dell'ottocento stava lasciando spazio all'avventura a tutto tondo. Gli stessi autori italiani dell'epoca, contemporanei di Verne e dello stesso Lorenzini, non si facevano scrupolo di emulare il bravo scrittore francese dando vita ad una sorta di fantascienza all'italiana (4). Tra quegli autori ricordo Luigi Motta e il suo Raggio naufragatore del 1903 che lo stesso dedicò a Verne (Motta è comunque considerato più un epigono salgariano che di Verne) e lo stesso Salgari che nel 1888 pubblicò Duemila leghe sotto l'america, un romanzo che ricorda molto il libro "maledetto" che uccise Buricchio. In questo romanzo alcuni uomini decido di arrivare in una terra misteriosa e ricca di tesori passando in un tunnel sotterraneo. Infine non posso non citare Dalla terra alle stelle (1890) di Enrico Novelli, in arte Yambo, di evidente natura verniana. Yambo inoltre, nei suoi romanzi elogia il modernismo e la velocità tanto da anticipare anche il manifesto del futurismo.

L'idea che il linguaggio di Paolo Lorenzini possa essere sufficiente per una ricollocazione tra i classici, mi è venuta in mente pensando agli audiolibri. Per gusto personale preferisco audiolibri recitati con una dizione perfetta, da attori di qualità, in questo caso invece non disdegnerei una recitazione con uno spiccato accento fiorentino proprio a sottolineare la provenienza territoriale di quell'umorismo che la mia generazione ha imparato a conoscere grazie al cinema e alla televisione. Peccato che l'edizione in mio possesso (3) sia stata edulcorata dallo stesso autore: Antonio Faeti infatti si accorge (5) che in origine la cantina in cui i due si ritrovano e bivaccano per molto tempo non è la cantina di un'osteria ma di un convento di frati. E qui purtroppo si perdono parecchi giochi di parole e quell'anarchico spregio delle convenzioni che avrebbero rincarato l'umorismo e sottolineato la moderna irriverenza dell'autore.


(1). Storia della letteratura per la gioventù. Di A.Lugli (Universale Sansoni)
(2). La letteratura per l'infanzia. Di P.boero e C. De Luca (La terza)
(3). Sussi e Biribissi. Paolo Lorenzini (Fratelli Melita Editori).
(4). http://www.fantascienza.com/delos/delos54/storia-fantascienza.html
(5). Letteratura per l'infanzia. Antonio Faeti (La Nuova Italia).

venerdì 8 aprile 2011

I Jeans di Garibaldi

I Jeans di Garibaldi, custoditi dal museo risorgimentale di Roma, hanno una toppa sulla coscia sinistra. Si dice che quella ferita fu la conseguenza di un attentato a cui Garibaldi scampò chissà come. E' certo che quell'evento poteva cambiare la storia perché se il generale fosse morto, forse l'Italia e gli italiani non sarebbero stati fatti. E chissà quanto tempo avremmo dovuto aspettare.
Luisa Mattia racconta questa storia e lo fa narrando la vicenda dell'attentato dal punto di vista di due bambini. La prima si chiama Celestina. E' una siciliana semplice, cresciuta nella semplicità della civiltà contadina. La sua unica ricchezza è una mula di nome Rosa. Questa mula rappresenta per lei una compagna, forse l'unica amica che aveva, nonché un'importante fonte di sostentamento e lavoro. Per questo motivo quando i Garibaldini se ne impossessano lei decide di andare a riprendersela. La missione di Caribbaldo (così la ragazzina chiama Garibaldi) è troppo importante. Nonostante l'età e la semplicità, Celestina ne intuisce la portata e decide quindi di lasciare Rosa all'esercito dei mille, ma lei la accompagnerà. Dove va Rosa va lei, dice caparbiamente.
Celestina è una bambina testarda, cocciuta ed estremamente coraggiosa. Salva addirittura la vita al figlio di un ufficiale piemontese, Pinìn, che stava per essere ucciso da un brigante. Pinìn ha circa la sua stessa età.
La loro amicizia durerà per tutto il viaggio, fin quando arriveranno a Palermo e lì conosceranno il generale Garibaldi che al posto di una sontuosa divisa pieni di fregi e medaglie indossa un camicia rossa (così come tutti gli altri garibaldini. Si dice che siano camicie prese a dei macellai) e un paio di jeans sporchi. Garibaldi ha preferito questo tipo di tela al posto di una scomoda divisa perché erano indumenti comodi, i panni di un vero lavoratore, un operaio o contadino che fosse.
Non vi racconto troppi particolari della storia, non serve. Ne consiglio la lettura perché lo stile di Luisa Mattia è semplice ed efficace. Celestina mostra perfettamente la sua indole come soltanto una buona scrittura può mostrare. La storia è ovviamente inventata perché di questo attentato non si sa molto. Rimane una toppa a dimostrazione che fare l'Italia e gli italiani non era così facile.
Le illustrazioni sono di Paolo D'Altan.

...
Guardo con tenerezza la ragazzina.
 - Così vuoi essere...
- Piemontese. Perché voi siete piemontese, è vero?
- Chiese Celestina.
- Io sono italiano, - mormorò Garibaldi, - tutti lo saremo e presto.
- Allora sono italiana pure io. Basta che voi lo dite.
Lui le mise una mano sulla spalla. - Celestina, tu sei italiana. Ti basta?
- No.
- Che altro?
- Potete dire che Rosa me la posso riprendere, così nessuno dei soldati se la porta via?


I jeans di Garibaldi. Ovvero come Celestina vinse la sua battaglia.
Carthusia Edizioni.
di Luisa Mattia e Paolo D'Altan

giovedì 24 marzo 2011

Nel bianco

Il bianco è forse il mio colore preferito. Quando ho cominciato a sfogliare questo libricino illustrato per ragazzi sono rimasto affascinato dalle illustrazioni di Sonia M.L. Possentini. Nel bianco della neve si nascondono lepri, cerbiatti, gufi e cigni. Il bianco prevale sulle sue tavole, ma non invade. Nasconde per scoprire lentamente i particolari. Proprio come la neve o come un  libro pop up, ma senza ingegnose invenzioni di carta, soltanto dipinti, infinite sfumature nivee. E nella neve tutto è sfumato, suggestivo, all'apparenza abbozzato come un quadro impressionista.
I testi invece sono di  Vivian Lamarque, scrittrice e poetessa nata nella provincia di Trento. Ammetto che quest'ultimi, come mi capita sempre più spesso ultimamente, non mi hanno entusiasmato. Forse nei libri per la prima infanzia c'è da recuperare il giusto equilibrio tra testo e illustrazione. Il secondo mi sembra che prevalga troppo.

Nel bianco
di Sonia M. L. Possentini e Vivian Lamarque
la Margherita Edizioni

giovedì 10 marzo 2011

L'eco della frottola

La quarta di copertina è molto chiara: "La notizia data da un organo di informazione è sempre una notizia. Perfino quando è falsa". E questo è quello che succede nell'isola di Bau Bau dove una soffiata mal interpretata viene scambiata per uno scoop incredibile: hanno rapito il questore dell'isola! In realtà ad essere rapito è il castoro dell'isola, la mascotte che rappresenta la vasta fauna che dà colore al folklore locale e sostentamento alla criminalità. Il giornale più importante dell'isola è L'eco di Bau Bau au au au, e senza controllare la veridicità della notizia non si fa scrupolo a pubblicare questo scoop, timoroso di vederselo bruciato dalla concorrenza.
Quello che inizialmente si è trattato soltanto di un equivoco, un questore al posto del castoro, e che avrebbe potuto essere risolto con una seppur indecorosa ritrattazione, diventa un caso politico e non solo giornalistico. Perché nessuno ha interesse che il più importante quotidiano dell'isola di Bau Bau venga smentito e il questore, il ministro degli interni, hanno i loro buoni motivi per rendere vera la notizia.
Il questore così scompare sul serio, e come una profezia autoavverante la notizia diventa realtà. E questo è solo l'inizio della storia.
Fabrizio Gatti è un giornalista e lavora per Il Corriere della Sera e l'Espresso. Il suo campo è quello del giornalismo d'inchiesta, un genere che a quanto pare sta scomparendo e che in pochi hanno il coraggio di svolgere proprio perché, essendo un genere investigativo, è probabile, molto probabile, che svolgendolo si pestino i piedi a qualcuno di importante.
Leggendo soltanto il titolo del L'eco della frottola potremmo avere dei dubbi sulla fascia di età di lettura. Il nome del giornale dell'isola (a volte mi sembrava di leggere uno dei tanti romanzi di Geronimo Stilton, comprese le finte imprecazioni topesche tipo "porco topo"), L'eco di Bau Bau au au au (i tre "au" sono l'eco di bau), ricordano libri per la prima infanzia. Le parole colorite tipo "stronzo" sono rare nella letteratura per l'infanzia, e in questo caso rendono sì verosimile la quotidianità della storia, ma distolgono l'attenzione verso i contenuti. Li vedete voi dei ragazzini di dodici anni sghignazzare dopo aver letto "stronzo"?
Il romanzo è pieno di nozioni di giornalismo che soltanto un addetto ai lavori poteva raccontare così chiaramente. L'autore non risparmia i termini tecnici (infatti c'è un glossario alla fine), e qui sono d'accordo: il vocabolario deve ampliarsi e ogni concetto deve essere espresso con il proprio giusto vocabolo. Quando avevo l'età che forse è adatta ai lettori di questo libro (dodici, tredici anni), scrivevo sul diario i termini che non conoscevo con il loro significato. Ogni tanto davo una letta a queste parole per memorizzarle e, sempre a mente, inventavo frasi per utilizzarle. Quando ho cominciato a scriverne di meno, col passare degli anni, mi sono posto il problema: sto facendo cattive letture oppure il mio vocabolario non è più ampliabile? La risposta giusta, anche in questo caso, sta nel mezzo. Con questo romanzo il ragazzo può imparare molte cose sui giornali e sull'attività editoriale e la vita di redazione. Impara inoltre a non fidarsi di un certo tipo di giornalismo, quello che piega la realtà ai propri scopi. A mio parere, però, credo che sia complicato compiere questo percorso da solo. Ritengo quindi L'eco della frottola integrabile in un percorso didattico che potrebbe comprendere, ad esempio, la stesura di un articolo, la simulazione di una vita di redazione tra notizie vere e notizie inventate. Oppure sarebbe interessante confrontare la stessa notizia riportata nei vari giornali e capire le differenti interpretazioni. Insomma, di spunti ce ne sono tanti e tutti espressi con un gradevole umorismo di fondo.

Ma poi gli hanno insegnato che il giornalismo è un'altra cosa. E' la scuola di Yesmen: i giornalisti non devono fare gli investigatori. Se la polizia o chicchessia dice una cosa, si deve assumere la responsabilità delle proprie affermazioni. Il giornalista deve riportare la dichiarazione, il nome di chi la sostiene. E basta. Così da qualche tempo l'Eco di Bau Bau au au au, gli altri giornali e le tv riportano tutto e il contrario di tutto, senza fare una scelta, senza orientamento. L'effetto sugli abitanti dell'isola è inevitabile: seguono tutto, non capiscono nulla. Ma soprattutto, da qualche anno considerano i giornalisti soltanto dei leccapiedi del potente di turno.


L'eco della frottola
di Fabrizio Gatti
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/3819_l_eco_della_frottola_gatti.html

martedì 15 febbraio 2011

La governante

Il giorno prima di un duello all'ultimo sangue, il signor Tapinois commette un omicio. Si stava allenando a sparare e uno di quei colpi uccide accidentalmente la sua governante. Il povero signor Tapinois non sa cosa fare: ha paura che si maligni e che si pensi che l'abbia fatto apposta. Decide quindi di chiudere il cadavere in un baule, ma quando tempo dopo lo riapre per portarlo via il cadavere è scomparso...

La governante, allegra storia di un cadavere devoto, è un libro edito dalla casa editrice Orecchio Acerbo. E' scritto da Edouard Osmont (1855-1909), scrittore umorista francese non molto conosciuto, e illustrato da Sara Gavioli.
Se volete raffrontarlo con qualcosa di moderno potrei dire che in questo libro si ritrova lo humor nero e grottesco delle favole cinematografiche di Tim Burton. La narrazione, volutamente surreale, non viene appesantita dall'omicidio: è tutto volutamente sopra le righe e ironico. Le vicende del signor Tapinois, dopo l'involontario omicidio della governante, virano sempre di più nel surreale, in un crescendo di situazioni assurde che suscitano ilarità al crescere dell'angoscia e dei sensi di colpa del protagonista. La vena ironica di Osmont non si esaurisce nel creare una narrazione strutturata e finita, ma continua ad libitum a dimostrarne un'anarchica involuzione che, come scritto nella biografia presente nel sito ufficiale della casa editrice, ricorda molto lo stile dei fratelli Marx. Questa libertà creativa prende gli illustri E.A.Poe (Il cuore rivelatore) e Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray) come riferimento e ne fa una parodia, o qualcosa che ad essa assomiglia, la destruttura con l'ironia fino ad arrivare alla metanarratività del finale, dove il protagonista si rivolge direttamente al lettore e gli confida che se volesse potrebbe continuare la storia ad libitum, appunto, ma non lo fa perché si è stufato di lui e preferisce andare a donne.
I disegni di Sara Gavioli rappresentano una stilizzata visione degli incubi del protagonista, ne alterano le proporzioni, le angosce, le quali sono stemperate dal testo e dalla raffigurazione tozza e buffa del signor Tapinois. Il bianco e nero sottolinea l'appartenenza storica della vicenda ma allo stesso tempo, la brava disegnatrice, non rinuncia al colore rosso del sangue, questione che mi ha fatto di nuovo pensare alle tante censure televisive, ai tanti profluvi di sangue delle produzioni animate giapponesi ridicolmente oscurati anche quando non avevano a che fare con omicidi o questione oscure; rivoli cancellati o ricolorati, come se il sangue fosse soltanto sinonimo di morte e non di vita.

La governante (Orecchio Acerbo)
Collana: Lampi
32 pagine
http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=217

giovedì 27 gennaio 2011

Itamar e i racconti di Grossman

Oggi voglio segnalarvi due libricini per bambini dello scrittore israeliano David Grossman, nato a Gerusalemme il 25 gennaio del 1954 nonché uno dei più grandi scrittori viventi.
Le avventure di Itamar mi ha sorpreso per un motivo sopratutto: non mente, non tenta di rendere letterario il gioco dei bambini ma lo restituisce alla carta così come avviene nella realtà. Questo libro contiene quattro racconti. Nel primo Itamar impara qualcosa sulla gravidanza: sua madre è incinta e aspetta...cosa? Un pallone? Un leone? No, un bambino come lui. Nel secondo il bambino si spedisce come fosse una lettera. Nel terzo impara a non aver paura delle lepri mentre nel quarto si scopre che sa passeggiare sulle pareti. Ad accompagnare Itamar nelle sue scoperte c'è il padre che nei racconti di Grossman gioca con il bambino e lo educa a prendere coscienza delle cose che lo circondano.
Le avventure di Itamar
di David Grossman
Ed. Mondadori
64pp


Itamar e il cappello magico è un nuovo gioco tra il bambino e suo padre. In questo racconto il bambino pensa di poter trasformare il genitore in qualsiasi cosa lui voglia grazie al cappello a cilindro che indossa. E' magia? E' un gioco di prestigio? Fatto sta che la prima volta lo farà diventare una scimmia, poi un lupo, poi un gallo. E alla fine lo trasformerà di nuovo nel suo papà. Ma non era la prima volta che lo faceva diventare papà perché...

"...perché finché non sei nato tu io ero una persona qualunque. Ma quando sei arrivato tu, in quel preciso momento sono diventato papà."

Itamar e il cappello magico
di David Grossman
Ed. Mondadori
38pp

martedì 25 gennaio 2011

Non ci si può fidare più nemmeno delle stelle

Cipì è un romanzo scritto con una semplicità che a un adulto come me imbarazza, ma dato che è un classico, e anche molto carino, ho deciso di parlarne.
Mario Lodi e suoi ragazzi di Vho di Piadena, ci raccontano la storia di due passerotti, Cipì e Passerì, trasferendo nel favolistico mondo degli animali i problemi di tutti i giorni, come il procacciamento del cibo e i pericoli costituiti da gatti famelici e uomini crudeli. In questo caso la visione del mondo è volutamente lontana da ogni tentazione antropocentrica: tutto è visto dagli occhi dei passerotti e delle creature della natura. Infatti molti di questi elementi hanno un nome differente: il Sole, ad esempio, si chiama Palla di fuoco perché "Sole" lo abbiamo chiamato noi essere umani, e da quelli Cipì e gli altri se ne stanno giustamente alla larga.
Altro fondamentale aspetto del racconto, ed elemento pedagogicamente rilevante, è la curiosità, sostanza di cui i bambini, che non fanno certo fatica a riconoscersi nella avventure di Cipì e Passerì, si nutrono sin dalla nascita e che in questo caso viene vista come esplorazione di un mondo affascinante, adulatorio, ma anche molto crudele se non si hanno le conoscenze giuste per poterlo affrontare.
Lodi non rinuncia al realismo, quindi se da una parte riesce a rendere poetica la natura proprio perché allontanata dal punto di vista umano, dall'altra non censura le difficoltà che stanno nel cercare il cibo e respingere i predatori.Quindi la fame e la morte sono elementi vivi e continui, e soltanto con l'aiuto reciproco possono essere affrontati. Lodi è dunque consapevole che non si deve nascondere questo aspetto a un bambino: d'altronde le favole stesse parlano di morte, e sempre più spesso però, nella narrativa moderna, si dimentica di quanto sia importante affrontare questa paura nascosta ma sempre presente nel nostro inconscio. Mi accorgo che spesso la morte, soprattutto nelle riscritture dei romanzi classici e delle fiabe, viene omessa, dimenticata, trasformata in qualcosa di più dolce, come se essa non fosse sempre presente anche se lontana ai nostri occhi, così come lo era da Lyra ne Il cannocchiale d'ambra prima che questa ne scoprisse l'esistenza e potesse addirittura vederla. Nonostante esista una buona bibliografia che parla di questo argomento, se si segue un certo percorso di letture soprattutto di carattere mainstream, sembra che la morte stia tornando ad essere tabù. Non si capisce perché, ad esempio, nella riscrittura de Le avventure di Tom Sawyer di Geronimo Stilton, viene omesso l'omicidio di Joe l'indiano, così come viene abilmente aggirata la morte dell'indiano stesso a fine romanzo. Il romanzo di Mark Twain, tra l'altro, contiene una delle scene più suggestive dell'intera produzione per ragazzi; il grande scrittore americano dà vita a uno dei nostri desideri più inconsci, un desiderio comune a tutti gli adolescenti dice Antonio Faeti nell'introduzione a questo classico, una di quelle questioni che ogni tanto ci chiediamo come possa essere ma che ovviamente non possiamo e non potremo mai sapere. Chi l'ha letto ha già capito: Tom assiste al proprio funerale, e la sua entrata in chiesa proprio durante la cerimonia funebre è qualcosa di epico, è come il ritorno di un eroe da una grande battaglia invece che da una incredibile mascalzonata.
Allo stesso tempo sono rimasto perplesso dopo aver visto la trasposizione animata giapponese di Piccole Donne dal titolo Una per tutte, tutte per una  realizzata dalla Nippon Animation. Una per tutte, tutte per una fa parte del World Masterpiece Theater, una serie di anime tratti da importanti classici per l'infanzia. Sempre nel sol levante è stato prodotto inoltre Una classe di monelli per Jo che comprende il terzo e quarto libro della serie: Piccoli uomini e I ragazzi di Jo. Non esiste quindi nessuna versione animata di Piccole donne crescono: sembra quindi che abbiano volutamente evitato di raccontare la morte di Beth. La morte è una grave omissione che stranamente non era presente nella versione animata della stessa Nippon Animation de Le avventure di Tom Sawyer  dal titolo Tom Story.
Il libro di Mario Lodi quindi, almeno per questo argomento, è uno strumento didattico importante. D'altronde come scrittore resistenziale lo scrittore non poteva rinunciare a descrivere gli aspetti più crudi dell'esistenza umana.
Il rapace nascosto nell'oscurità che con i suoi occhi a forma di stella irretisce i passerotti per mangiarli, può essere visto nel duplice aspetto di cattiva amicizia ma anche come ammaestratore di persone, tiranno, o con un termine più chiaro: dittatore. E' su questo che voglio portare l'attenzione, a come sia facile cadere nelle trappole della dittatura e dell'ammaestramento mediatico e di come sia difficile resistere alla tentazione di non approfondire perché alla maggioranza delle persone (degli animali in questo caso) non interessa farlo: a loro non interessa andare oltre il velo dell'apparenza. Soltanto alla fine però, convinti dalle prove schiaccianti fornite da un cocciuto Cipì, si accorgono che nascosta nell'ombra c'era una presenza estremamente cattiva che si teneva volutamente distante e che di sé lasciava vedere soltanto due splendide lucette che a tutti sembrano innocue stelle.

martedì 28 dicembre 2010

On writing

La verità è che non riesco a considerare On writing un vero manuale di scrittura soprattutto dopo aver letto altri manuali molto più pratici e forse più noiosi. Probabilmente non lo è davvero e il titolo è fuorviante.
La prima parte di questo libro è una lunga autobiografia di Stephen King. In questa prima metà il Re racconta alcuni avvenimenti della propria vita, come ad esempio il drammatico incidente che per poco non lo mandava nell'aldilà.
La seconda parte è dedicata alla scrittura, ma sono piuttosto consigli. Tutti consigli utili ovviamente, che se detti da un maestro della narrativa (di genere) moderna non possono essere ignorati.
Sthephen King ci invita per prima cosa a tagliare almeno il 10% della prima stesura di un romanzo: di solito, afferma, gli scrittori tendono a infarcirlo con cose inutili. Insiste molto in un uso molto parsimonioso di avverbi e aggettivi. Come dargli torto? Questa è una delle ingenuità in cui un esordiente incappa quasi sempre. In ogni modo questo è un consiglio, non una regola, sia ben chiaro.
La parte più interessante invece, per cui vale la pena leggere questo libro, è quella in cui Stephen King racconta del suo esordio: i tanti rifiuti ricevuti che appendeva alla parete non come una punizione, ma come incentivo per continuare a scrivere e insistere.
On writing è un libro che va letto per conoscere meglio King e per avere qualche pratico consiglio di scrittura. E i consigli sono sempre ben accetti. Anzi, accettati.

venerdì 17 dicembre 2010

Le streghe in tempo di crisi

In prossimità dell'halloween ho parlato di un libro natalizio scritto da Paul Auster, stavolta invece, con il Natale che incombe, vi parlo di streghe.
Il libro è Streghetta mia di Bianca Pitzorno. Scritto nel 1986 inizialmente fu pubblicato in proprio (stampato, rilegato e disegnato) con il marchio Aventino Press e distribuito ad alcuni fortunati amici. Attualmente il libro è in catalogo presso Einaudi Ragazzi.
La storia: Asdrubale Tirinnanzi è uno sfaticato ragazzotto che aspetta l'eredità di un suo pro-zio: Sempronio. Quando muore pensa di aver ereditato i 50 miliardi (di lire) che gli spettano, ma una brutta sorpresa lo attende: nel testamento il pro-zio ha lasciato detto che per averli deve sposare una strega entro un anno.
Trovare una vera strega non è facile di questi tempi, ma Asdrubale sa cosa deve cercare: le streghe hanno i capelli rossi, galleggiano nell'acqua, sanno volare sulle scope e fanno parte di una famiglia di sette sorelle, senza fratelli ovviamente.
Asdrubale inizia quindi una faticosa ricerca per trovare e sposare, con le buone o con le cattive, la strega che lo farà diventare ricco.

A Bianca Pitzorno fu rimproverato di occuparsi troppo di ragazzine e trascurare i maschietti, e in questa storia ce ne sono davvero tante: sette, tutte ben caratterizzate a partire dal nome che l'autrice ha scelto per evocarne la particolarità: le loro iniziali infatti ne suggeriscono la natura da streghe.
Lei stessa comunque, sembra essere ben consapevole che i suoi racconti hanno poco appeal sui maschi in età preadolescenziale, a differenza delle ragazzine che si identificano facilmente con la vasta schiera di eroine che ha inventato in trentacinque anni da prolifica scrittrice per l'infanzia.
In questo romanzo infatti c'è un solo personaggio maschile di rilievo e ne esce molto male. Adrubale Tirinnanzi viene descritto come un giovane dall'aspetto disgustoso:"denti storti e verdastri per la nostalgia dello spazzolino". Brutto e sporco fuori così com'è brutto e sporco dentro. Alla povera Sibilla a cui fa una goffa dichiarazione d'amore, dichiara: "Sciocchezze (...). Le belle ragazze non devono perdere tempo con lo studio! Devono solo pensare a sposarsi al più presto. Possibilmente con un giovanotto molto ricco. Come me."
Questa frase mi ricorda tanto la dichiarazione di un noto ricco imprenditore e politico a cui una precaria chiese cosa doveva fare per migliorare la propria situazione. "Sposa mio figlio", fu la risposta.
Questo libro è utile e ancora amaramente attuale se si pensa che in tempi di crisi diminuiscono le possibilità di realizzazione e si rischia quindi di pensare che il matrimonio sia l'unico veicolo per la mobilità sociale. In tempi di crisi le società regrediscono e si chiudono a guscio: il ricco o "potente" in senso ampio, tiene stretto a sé il proprio status sociale e fa di tutto per migliorarlo; le donne, d'altro canto, subiscono la sferzata del potere maschile perché gli uomini non accettano una loro partecipazioni alle decisioni. E' proprio la partecipazione alle decisioni la differenza perché il diritto al lavoro non è un vero traguardo per la donna, ma piuttosto una necessità dell'istituzione familiare (un solo stipendio in famiglia non basta) e una necessità dovuta ai cambiamenti della famiglia stessa: donne single, donne divorziate, ecc.
Non si parla mai abbastanza di pari opportunità e uguaglianza tra i sessi perché nonostante possa sembrare tutto risolto, nella vita reale, statistiche alla mano, le donne ancora devono soffrire e combattere per ottenere le stesse possibilità di un uomo.
A conclusione di questa fiaba che riprende una delle metafore più usate dal movimento femminista, c'è ovviamente (spoiler) la punizione di Asdrubale che perderà l'eredità e il premio alle indomite streghette che erediteranno metà dei 50 miliardi di lire del testamento.
Questo libro quindi, oltre ad essere divertente, dà vita a molti spunti di discussione e ne consiglio la lettura a quelle ragazzine che poi un giorno dovranno fare i conti con una società maschilista e conservatrice che le vuole casalinghe disperate o manichini da esporre in vetrina, e vorranno sentirsi un po' "streghe" dentro.

lunedì 13 dicembre 2010

Come scrivere un racconto

Come scrivere un racconto è un pratico manuale scritto da Jack M. Bickham e pubblicato in Italia dalla Dino Audino editore. La Dino Audino è una piccola ma ottima casa editrice e la qualità dei suoi manuali è eccellente. Ho già recensito in passato Lezioni di scrittura creativa, e se non lo avete ancora letto vi suggerisco di farlo.
Come scrivere un racconto è un manuale molto pratico. L'autore più volte e insistentemente punta sulla compilazione di schede. Schede su schede. Una scheda per ogni cosa: una scheda per le caratteristiche fisiche del personaggio, un'altra per quelle psicologiche, una scheda per ogni scena, una scheda sulle schede.
A mio parere questo non è il modo per scrivere un racconto ma un modo. Se siete interessanti ad avere tutto ossessivamente sotto controllo potete allora compilare questa marea di informazioni che Jack. M. Bickham richiede, altrimenti bastano le cose principali: la trama o il canovaccio della trama, e una chiara visione dei personaggi. Quest'ultima questione è importante perché avere ben chiaro un personaggio significa non avere difficoltà nel farlo agire e soprattutto si evitano gli errori del tipo: Pag. 4: Armando ha gli occhi verdi. Pag. 20: Armando puntò i suoi occhi castani... (esempio inventato).
Avere le idee chiare va bene, ma non così. Tant'è che potrebbe essere utile invece un approccio molto diverso se non antitetico: buttare giù immediatamente la prima stesura del romanzo. Una volta fatto vi accorgerete delle incongruenze comportamentali dei personaggi, capirete quali sono le parti da sviluppare e quelle meno importanti. Una prima stesura (da buttare al fuoco successivamente) può sostituire benissimo la compilazione di decine di noiose schede.
In ogni modo potete leggere questo manuale tralasciando la parte pratica: ogni consiglio dato è valido e preciso e deve essere seguito.

Come scrivere un racconto
di Jack M. Bickham
Dino Audino Editore
http://www.audinoeditore.it/libro.php?collana_id=M&collana_progr=28

lunedì 1 novembre 2010

Christmas story: il Natale di Auggie Wren

L'interrogarsi sul senso della scrittura, sulla narrazione e quindi "le storie" è uno dei temi ricorrenti nei romanzi di Paul Auster. Nei suoi romanzi verità e finzione si intrecciano in un vorticoso senso di smarrimento: chi legge non sa dov'è la realtà e non sa dove inizia la finzione letteraria. E saperlo in fin dei conti non è neanche importante .
Spinto quindi dall'idea di scrivere una novella sul Natale, diversa da quelle di Charles Dickens, Paul Auster scrisse questo libricino, illustrato da Jean Claverie, nel 1990 e edito in Italia da Motta Junior otto anni dopo.

Lo scrittore di questo libro poteva avere il suo stesso nome e come in Città di vetro avrebbe potuto intrecciare la propria identità con quella dei suoi personaggi. Infatti questa storia è ambientata nella sua Brooklyn e il Natale raccontato dal grande scrittore americano non è magico, non è ingolfato degli stereotipi a cui siamo abituati: è piuttosto una storia di sopravvivenza urbana fatta di furti e solitudine, dove le buone azioni hanno un lato oscuro e la redenzione alla Scrooge non è mai così completa o evidente.
Questo libricino ha ispirato il film Smoke del 1995 scritto dallo stesso Paul Auster e girato da Wayne Wang.


A Christmas Story: il Natale di Auggie Wren
di Paul Auster
Ed. Motta Junior